domenica, 24 agosto 2008
ancora un paio d'ore e le mie ferie saranno esaurite per il momento. rimandiamo a settembre, si. ma per ora faremo finta di tornare al lavoro dopo un'estate intensa e densa come un budino raffermo.
è stata una stagione di forti emozioni: gioie, tristezze, partenze, addii e incontri.
ho visto il lato milgiore dell'ollandia, ho suonato in ollandia, ho conosciuto e abbracciato gene taylor lo storico pianista dei canned heat e dei fabulous thunderbirds. l'ho visto lanciare bottiglie contro vetrate inermi.
ho conosciuto ben, un altro personaggio bigger than life, come si potrebbe dire. ho ricevuto importanti lezioni.
ho portato un piccolo mostro da 90 cavalli per strade dimenticate del Carso.
ho pianto, ho esultato... perchè, come dicono all'isola che non c'è, per essere un guerriero e un uomo devi saper esultare. E poi lo dice la bavonessa, e non sono parole che si dimenticano.
Ed eccomi qui, sulla via di memphis, sulla via di tante cose. in mezzo alla strada con la valigia in mano come mi piace stare.
Eh sì, sono un po' uomo "specchio retrovisore" ogni tanto, ma è quasi un estetismo ormai. Ho un po' di canzoni nelle tasche, ho un po' di esercizi da fare, ho tanti piccoli obiettivi da centrare.
Ed arriva già l'autunno tra meno di un mese, bene, benissimo. L'autunno è sempre un inizio e oggi ho voglia di iniziare.
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lunedì, 30 giugno 2008
Ma dico io, vado a dormire entro l'una e faccio il bravo. Poi fa un caldo di quelli che ti strappano le lenzuola di dosso così il gatto, tigre notturna in caccia di polpacci, può gaiamente zompettare sul materasso e, rimbalzando, mordere un polpaccio o due per fare ambo. Mi sveglio a ritmi regolarmente orari sudato e masticato. Ultima sveglia alle sette del mattino, che ci penso: quasi quasi mi alzo un'ora prima che tant'è, sono sveglissimo e morsissimo di gioia felina che mi accoglie ronfando come un facocero con l'asma.
Poi penso che un'oretta non fa male ed è in programma percui. Percui parte la sveglia, la radiosveglia, il cellulare, la fanfara di Central Park. E' un coro di impulsi digitali, Etta James che mi si vuole scopare e un gruppo italiano non definito, intervallato da spot pubblicitari: per tre ore.

Ecco, cazzo io resisto a tutto questo: sono le undici. Le undici, la Madonna dell'IncoronEta! Le undici e ho mancato una riunione che era alle dieci e stoicamente è stata mantenuta a quell'ora. Le undici e arrivo in ufficio che mi vergogno anche più che un po'. Che palle essere me a volte.
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venerdì, 27 giugno 2008
Che bello svegliarsi la mattina, andare in bagno e constatare che sulla schiena hai l'equivalente della catena dell'Everest: simpatico regalo delle zanzare padane. Saranno almeno una quarantina di punture di svariate dimensioni. Ahi.
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venerdì, 27 giugno 2008
340 chilometri di sole rovente, canottiere sudate e aria condizionata da cauterizzare le tonsille all'istante. 4 ore di attesa nervosa sotto il sole, soundcheck su un palco che brucia come una graticola e stormi di zanzare che si sollevano dal Po a caccia di sangue fresco ( il nostro ). Band brave, preparate, professionali e tensione che sale a manetta: cazzo non mi ricordo le parole, cazzo non posso usare il leggio e, infine, cazzo il microfono che esplode e non funziona più dopo ormai quindici anni di onoratissimo servizio e botte da orbi prese in ogni angolo di mondo. Ancora caldo, ancora corse in bagno a gettarsi acqua addosso, ancora birre e poi si passa al dito di Jack liscio a collo per fregare la tensione. Sigarette, a dozzine, due pacchetti alla fine della fiera e il cancro ringrazia.

E poi tutto scivola da sè. M. in completo grigio impeccabile, con quaranta gradi e umidità da branchie. J. in nero: granitico. Un collega e neo amico che mi allunga un vecchio bullet cromato che suona come un citofono e le parole che non le devo nemmeno pensare che vengono da sole. Non suoniamo più, raccontiamo la nostra storia e la gente è lì per ascoltare.

Scendere dal palco e accorgersi che il service ci ha registrato al volo e manda i nostri brani come accompagnamento, per riempire i buchi tra un gruppo e l'altro, mi rende difficile mantenere un atteggiamento distaccato e composto. Soprattutto quando metà delle altre band vengono a stringerti la mano e l'altra metà ti guarda con odio profondo pensando ai soliti ammanigliati all'organizzazione del festival.

Spiegare a cinque persone che strumenti uso e come faccio questo e quello mi rende impossibilmente e fastidiosamente superbo. Ah, maledetto peccato capitale, quanto mi piace... come mi piace la fila di persone del pubblico che vengono a chiederci se c'è un disco e dove si trova: e fanculo a me che non ho avuto tempo di masterizzare niente, ma la soddisfazione intanto me la infilo in tasca che vale più di un biglietto da 5.
Le cameriere ventenni fanno a gara a offrire birre a me e a M. che ormai ha il ghigno da stregatto astratto sulla faccia e non glielo leva più nessuno. Le mani delle camerierine invece sì, che cazzo sono le 2 e dobbiamo andare. 340 chilometri di notte appiccicosa, sigarette e soste in autogrill deserti e cameriere che lavano vecchie macchine del caffè.

La città deserta ad un alba di vento e strade abbandonate e l'ultima sigaretta ( sarà la 50esima ), da solo a godermi l'aria delle 5 davanti al teatro, nel silenzio.

My life, my own private Mississippi
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categoria:musica, vita, storie, blues
venerdì, 20 giugno 2008
J. mi ha proposto una cover, un brano atipico per il nostro repertorio a dire il vero. La canzone è "You don't know how it feels" di Tom Petty: vorrei averla scritta io. Questo non è un brano, è un plagio della mia vita.


Let me run with you tonight

Ill take you on a moonlight ride
Theres someone I used to see
But she dont give a damn for me

But let me get to the point, lets roll another joint
And turn the radio loud, Im too alone to be proud
You dont know how it feels
You dont know how it feels to be me

People come, people go
Some grow young, some grow cold
I woke up in between
A memory and a dream

So lets get to the point, lets roll another joint
Lets head on down the road
Theres somewhere I gotta go
And you dont know how it feels
You dont know how it feels to be me

My old man was born to rock
Hes still tryin to beat the clock
Think of me what you will
I got a little space to fill

So lets get to the point, lets roll another joint
Lets head on down the road
Theres somewhere I gotta go
And you dont know how it feels
No, you dont know how it feels to be me
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domenica, 27 aprile 2008
Sono le quattro e i semafori sbadigliano colorando d'arancio gli incroci abbandonati di questa città. Cammino lentamente con B. facendo discorsi nostalgici su quanto sia cambiata questa città negli ultimi vent'anni e su come sembra aver perso la sua anima più vera, quella con cui siamo cresciuti. Dov'è la "sporcugna"? Dov'è finito il carattere "aspro e vorace", tanto per citare il poeta, e "le mani troppo grandi" per offrire regali, di questa città? E il cartellone con la tigre e le piattaforme di smistamento dei treni in pieno centro, sulle rive? E tu ti ricordi il treno che passava davanti al molo? Io si; i grossi locomotori diesel verdi che arrancavano e sbuffavano davanti alla piazza sul mare, seguendo i passi di un uomo stanco, sotto il sole, con una bandiera rossa in mano per segnalare il convoglio.
Cos'è questa città ripulita, italianizzata, turisticizzata? Ti ricordi quando praticamente ogni rione era un brutto posto dove andare? Quando sembrava che ogni quartiere cercasse di scalare la classifica del peggior posto al mondo dove vivere e quando andavi a scuola rischiavi di prendere un sacco di botte e se tornavi a casa ne prendevi ancora di più?
Eh, che nostalgia, che vecchi, come passa il tempo e i semafori continuano a sbadigliare mandando lampi arancio intorno.
Un passo dopo l'altro facendo finta di non sentire il peso delle birre, delle tre ore consecutive di balli ( ma chiamare le nostre mosse "ballo" potrebbe essere insultante per qualsiasi persona che possa muovere coordinatamente i piedi per almeno sei secondi ) e pseudo danze di accoppiamento.
Maledetti stivali, dopo una decina di ore comincio a non poterne più.
Il viale è deserto, solo qualche cartaccia fa la spia raccontando che qualcuno ha festeggiato il sabato sera anche lì. Tira un vento tiepido, l'aria profuma leggermente, mi piace tornare a casa.
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lunedì, 21 aprile 2008
Un venerdì sera al Fest, una sessione di lettura di passi tratti da un libro che scherza sulla vita e sui numeri. Carino niente da dire, ben presentato da un'attrice di teatro che ne dà un'interpretazione leggera e convincente.
A. commenta con intermezzi musicali. Ho sentito i suoi dischi e consumato il suo myspace, ma porca puttana quella Super64, dal vivo,  in mano sua tira fuori dei suoni che manco nei miei sogni erotici più inquieti e umidi.
Gioca con un generatore di loop e costruisce incastri sonori semplici e maledettamente efficaci che, poco a poco, imbastiscono una colonna che solleva e avvolge le parole della lettrice.

Finita la performance io voglio solo andare in bagno e picchiare la testa ritmicamente, a terzine, contro il bordo del water. A. me lo impedisce, m'ha visto tra il pubblico e con due falcate m'arriva addosso, mi placca e mi trascina  a fumare una sigaretta. Compito impossibile: un calabrese che vive tra una città e l'altra eppure sembra che conosca più gente qui del sottoscritto che ci vive da trentun primavere.

Usciamo dopo mezz'ora di chiacchiere e strette di mano e, sotto un tendone all'aperto, trovo M. che fa il tecnico del suono e sta provando con una formazione nostrana di musica tzigana e balcanica. Ho il tempo di infilare la mano nella tasca per cercare l'accendino, quell'altro ha già la cromatica in mano e si lancia verso il palco con sto' passo a metà tra un federale del ventennio e un personaggio dei fumetti.

M. sorride, conosce benissimo A. e suppone correttamente che la band che suona non abbia idea di cosa gli stia per arrivare addosso. I ragazzi concedono all'ospite inatteso la possibilità di fare una jam, ridono tra loro ed io e M. iniziamo a sospettare che stiano cercando di dare il benservito a questo allampanato armonicista che sta stringendo mani e si sta agitando sul "loro" palco chiedendo all'aiuto fonico di tagliare un po' di delay.

Eccoli: attaccano con uno swing in minore che se va bene cammina a 130 bpm e buttano cambi e stacchi ogni mezza battuta. Vogliono farlo inciampare, almeno ci sperano.
Quattro minuti dopo A. arriva verso di noi madido ma con il sorriso che va da orecchino a orecchino : "Ah, finalmente mi sono sfogato un po'" commenta asciugandosi il sudore dalla fronte e riprendendo il guinzaglio del cane a cui stavo facendo da baby sitter. La band, come previsto, si sta ancora guardando intorno e cerca di capire chi cazzo fosse quella sorta di tempesta di note che ha investito loro e i loro stacchi della minchia.

Ci allontaniamo: "Ecco, ora posso tornare a casa e infilarmi interamente le armoniche nel culo... in fila" butto giù io accendendomi un'altra sigaretta. Si gira e ghigna con 'sta faccia da demonio bastardo: "Vattene affanculo e pensa a suonare" mi apostrofa, dandomi una sberla sulla spalla che ancora un po' mi fa uscira la clavicola. Forse ha anche ragione lui.
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categoria:pensieri, musica, vita, blues
venerdì, 18 aprile 2008
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giovedì, 17 aprile 2008
L'elezioni sono arrivate e se ne sono andate. Tutti hanno cianciato le loro ciance e tutto ovviamente resta lo stesso. Tutti lanciano fulmini e maledizioni contro questo o quell'altro, mi sembra che pochi si rendano conto che tutto resta invariato.
Le ire funeste contro il vincitore sanno di ridicolo, così come i salti di gioia di chi pensa di aver vinto la lotteria. Sono d'accordo pienamente con Grillo quando dice che la minestra è esattamente la stessa, sono d'accordo con la stampa internazionale quando dice che forse gli italiani hanno solo scelto il male minore.

Tra una sinistra chiaramente incapace di gestire questo paese sia a livello di politica interna che estera e una destra pagliaccia e burina che però vanta compattezza e coesione politica, la nazione ha fatto la sua scelta.
Sono d'accordo con Cossiga quando dice che andiamo incontro a cinque anni di tensioni sociali e aspri scontri di piazza. Sono poco convinto che i vincitori risolveranno una situazione economica che ormai ha del drammatico. Sono molto convinto che la Lega portebbe sfruttare cinque anni di stabilità per accrescere ulteriormente il proprio potere e da un certo punto di vista, che diciamo alimenta i miei sogni eversivi più spinti, un male non è.

Io in piena bufera elettorale mi sono deliziato di ottime compagnie e ore e ore di prove estenuanti. Ho seguito la filosofia grilliana: mi fanno sufficientemente schifo e non mi rappresentano, ergo non voto. Siete corsi a mettere X per il voto utile. No grazie, non fa per me. Sognavo un'affluenza alle urne del 2%, così non è stato. L' Italia vuole questa classe politica e allora che se la tenga, ma per quanto mi riguarda io conservatore sovversivo nazicomunista ho preferito manifestare silenziosamente il mio dissenso. Si poteva dare una spintarella per cambiare le cose e siamo sempre punto a capo...

poi però si fanno i dibattiti sul perchè lo psiconano vinca sempre, perchè i parlamentari hanno stipendi stellari, perchè il conflitto di interessi non lo tocca nessuno, perchè napoli affoga nell'immondizia sotto il tacco della camorra, perchè abbiamo i mafiosi in parlamento e blablablabla. Silvio ha vinto e allora evviva Silvio... ha vinto ecco, bene, buon per lui. Fausto torna a casa, Walter pianifica strategie storte e Silvio vince ancora, hai voglia a dargli dell'imbecille, forse sarebbe il caso prima di mettersi davanti allo specchio e darcelo da soli... o no?
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martedì, 08 aprile 2008
"domani ti faccio il contropelo"

uhm... si... eh... e chi osa opporre resistenza?
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